Partiamo da un presupposto: i più – ahiloro – dimenticano il fatto che il calcio sia un gioco. E’ nell’essenza dello stesso, è nella passione dei bambini che urlano e piangono in ognuno di noi, è nel sentimentalismo della domenica di Luglio senza quel maledetto pallone che corre. Ed è un gioco meraviglioso, il più bello del mondo. Per distacco. Abissale. Il calcio è inesprimibile – ci perdoni Rimbaud -, perchè, oltre ad essere un gioco che unisce i più svariati sentimenti, è anche quel qualcosa che va al di là delle regole stesse del gioco. E’ una sorta di fede in un quid che non puoi toccare. Il calcio è la notte prima della finale: ti giri nel letto, preso dai tormenti del giorno dopo, e non riesci a chiudere occhio, se non alle cinque di mattina, pur sapendo che la sveglia suonerà molto presto.

Il Covid-19 ha scosso il mondo. E su questo non ci piove. La tempesta, però, si è abbattuta sullo sport, messo alle strette, considerato un di più. E non passino i facili moralismi da bar – seppur veri -: nelle serie minori gli stipendi sono simili a quelli di dipendenti statali. Una delle poche verità di questo ibrido mondo della comunicazione. La crisi economica ha colpito tutti: dai piccoli commercianti ai più grandi, infilandosi in un imbuto dove a pagare sono sempre i pesci più piccoli. Nella concezione odierna dei no-sport – si ringraziano i no-vax e i no-mask – quest’ultimo viene rappresentato, in una proiezione simil bambino di tre anni davanti alle equazioni di Maxwell, come un qualcosa di superfluo, da cui prendere le distanze. “Priorità alla scuola“, direbbe il Ministro Speranza. Grazie, il cioccolato sa di cioccolato. Ed io a tre anni non sapevo nemmeno cosa fosse la vita, figuriamoci le equazioni di Maxwell. C’è un sottile filo che divide la banalità dalla stupidità. E non passino, oltre i moralismi, anche le generalizzazioni dei più: il virus è una cosa seria, da prendere con le pinze, ma con questo “Covid-19” dobbiamo imparare a convivere. Sta alle istituzioni dettare la strada, alle persone seguirla. E’ un momento storico particolare, difficilissimo, tra un negazionista che vola a vele spiegate verso un orizzonte di cui nulla sa e l’amore viscerale verso la potenza delle proprie parole, che risuonano in un vortice di mezzi comunicativi. In questo ciclone ci sono tifosi, addetti ai lavori e semplici appassionati. C’è molto di più: ci sono i sentimenti, ci sono i sogni. E chiudere la porta con la realtà è un compito per grandi oratori e divulgatori, non per semplici amanti dei post, delle storie o dei tweet. Secondo una teoria “Popperiana” dove non esistono verità assolute.

Ora ben vengano le critiche, in molti penseranno che queste parole siano dettate da un nesso di folle logica tra il qualunquismo e l’irrazionalità. A volte basterebbe lasciarsi andare e seguire l’istinto. Così come, a molti, non interessa il caso mediatico di Juventus-Napoli, che, invece, fa male al cuore. Fa male perchè lo sport è un diritto di tutti, anche di chi vuole semplicemente osservare. Fa male perchè nella vita si vince e si perde, con stile. Con onore. Nella vita serve chiarezza di intenti. Se il calcio vuole sopravvivere al male Covid-19 deve trovare una soluzione che lo mandi avanti, fino a quando la situazione non sarà rosea. Un protocollo chiaro per tutti, che venga seguito da tutti. Una bolla stile NBA? Un girone d’andata con play-off? Agli appassionati non interessa, agli addetti – si spera – un po’ di più, ma ciò che unisce tutti è la passione, l’amore, il sentimento più puro. E si badi bene: questo non influisce con le misure restrittive anti-Covid. La salute è quanto di più caro si possa avere, o quasi. Forse – pensiero di e per pochi – l’amore è un’altra cosa. Ma la salute deve avere la priorità, così come il portare avanti i propri sogni: basterebbero pochi passaggi, semplici, per permettere una convivenza tanto necessaria quanto attesa.

E i no-calcio stiano al loro posto. Non interessano a nessuno. E’ sin troppo semplice parlare di tutto. Oggi sono tutti virologi, tutti biologi, tutti medici, tutti politici. E al bar andrebbe anche bene. Le questioni importanti, però, si lascino a chi di dovere. Nonostante chi di dovere potrebbe non essere all’altezza. Ma, in fin dei conti, vogliamo troppo bene a questo sport. Dal profondo della nostra anima. E allora sia fuoco ardente che brucia, che fa tabula rasa di critici ed esperti. Siano le regole – chiare, se possibile – a decidere del futuro del calcio. Siano gli esperti del settore a parlare. Perchè quel fuoco continuerà a bruciare. Ad infiammare ogni piccolo fuoco di paglia che si presenta, ogni sospiro nel buio.

In quel buio costruiamo la nuova luce. Perchè il calcio è la luna che culla l’aria. E’ una vertigine da osservare. E’ un silenzio assordante, la voce di chi vorrebbe essere e, invece, non può. Un po’ per colpa di tutti. Inesprimibile.

Francesco Antonio Ricciardi

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